Nel 1962, a Palermo, il conte Vittorio de Salvo

vive tra le rovine di una villa confiscata dal

regime, dove ripara affreschi sottratti durante

la guerra. Non dipinge: riannoda le lacune con

tempere di sua madre, l’ultima artigiana che

sapeva mescolare il nero di ossido di ferro con

la resina di pino di Monti Pellegrino. La

vernice nera non copre: rivela. Chi la applica

su certi supporti, vede le ombre dei morti

tornare per un istante.

Un giorno, una donna con un cappotto di lana da

operaia bussa alla sua porta. Si chiama Livia,

lavora per la Soprintendenza, ma nasconde un

diario con i nomi dei partigiani uccisi nei

sotterranei di Palazzo Steri. Ha scoperto che un

quadro attribuito a un pittore fascista — “La

Madonna del Focolare” — contiene sotto la calce

una lista di 47 esecuzioni, scritte con la

stessa vernice nera che Vittorio usa. Il quadro

è in un museo di Roma, sotto guardia armata.

L’alleanza è impossibile: lui è un aristocratico

sospettato di collaborazionismo, lei una

comunista che ha visto suo padre sparare con le

mani legate. Ma entrambi sanno che la vernice

nera non mentisce. E che chi la tocca, muore.

Nella notte del 17 luglio, durante la Festa di

Santa Rosalia, entrano nel museo travestiti da

addetti alla pulizia. Vittorio stacca la tela

con un coltello da intaglio, mentre Livia spegne

i sensori con un cavo rubato dalla centrale

elettrica di Trapani. Ma la vernice reagisce:

quando il quadro viene sollevato, le ombre sul

muro si muovono. Tre guardie cadono senza ferite.

Solo i loro occhi sono svuotati, come se

avessero visto l’ultimo respiro di chi è stato

ucciso.

Fuggono. Ma la regola è scritta sui muri delle

prigioni fasciste: “Chi tocca la vernice nera,

diventa il prossimo nome”. La mattina dopo,

Livia trova il suo nome scritto con un dito di

fuliggine sulla porta di casa. Vittorio sa che

non è un’illusione: la vernice ha scelto. La sua

famiglia ha dipinto i nomi per nasconderli. Ora

devono cancellarli prima che la lista si chiuda.

Nel sottotetto di una chiesa abbandonata a

Cefalù, bruciano il quadro. La fiamma non

consuma la tela: la trasforma. Le ombre si

staccano, diventano volti. Quarantasette voci,

silenziose. Nessuna parola. Solo un respiro che

si spegne, uno per uno. Quando l’ultimo

frammento diventa cenere, Vittorio si accorge

che il suo nome, scritto in calce, non è sulla

lista. È scritto sopra. Come ultimo. Come

penitenza.

La vernice nera non uccide i colpevoli. Uccide

chi la usa per cancellare.

Livia se ne va. Lui resta.

La chiesa brucia fino all’alba.

Nessuno la ricostruisce.

Nessuno parla di quel giorno.

Ma ogni anno, il 17 luglio, una pennellata nera

appare sul muro esterno della cattedrale di

Palermo.

Senza mano che la dipinga.

Senza spiegazione.

Solo un nome, ogni volta diverso.