1943, Roma. Il cielo grigio si spezza in schegge
di bomba sulla via del Colle Oppio. Un uomo con
la valigia di tela e una matita spezzata nella
tasca interna corre tra le rovine di un palazzo
crollato. È Luca, pittore abbandonato da
un’Accademia che lo considerava troppo scomodo
per il nuovo ordine. I suoi quadri sono bruciati
al primo controllo dei fascisti: ritratti di
contadini che sorridono senza saperlo, paesaggi
dove il sole non scende mai.
Oggi, sotto le macerie, trova un orologio da
taschino con il meccanismo rotto. Lo tocca e
sente il mondo vibrare come un fiato trattenuto.
Quando lo apre, il quadrante segna 1927, ma il
suo riflesso nello specchio interno è quello di
un bambino di otto anni.
Sul filo dell’urgenza, Luca ripete il gesto:
tocchi il metallo, chiude gli occhi. Ritorna
alla casa di campagna dove era cresciuto — il
caldo del forno, il profumo di pane appena
sfornato, la voce della madre che canta una
canzone popolare. Ma ogni volta che si
materializza in quel tempo, qualcosa dentro di
lui si logora: una frase d’amore dimenticata, un
sorriso di fratello che non ricorda più, un
gatto nero che un tempo gli dava conforto.
La regola è implacabile: ogni viaggio costa un
ricordo vivo. Non può restare più di tre minuti.
E non può raccontare ciò che vede.
Nel 1945, durante un bombardamento su Bologna,
Luca tenta di tornare al 1927 per trovare la
prova che la madre non fu tradita dai partigiani.
Trova invece la casa in fiamme, lei davanti alla
porta, con gli occhi pieni di lacrime che non
piangono. Lui vuole gridare, ma non può parlare.
Le parole si perdono nel tempo. Lei lo guarda, e
all’improvviso il cuore gli si ferma: non
riconosce più il figlio.
Torna indietro. Ora non ha più il volto di
nessuno. Solo i gesti rimasti: il modo di
piegare il giornale, il modo di posare la
tazzina sul tavolo. Il corpo sa cosa fare, ma la
mente è vuota.
Il 1° giugno 1946, in una stazione di Milano, un
uomo con gli occhi spenti e una valigia senza
etichette sale su un treno diretto a sud. Non
chiede destinazione. Non si ferma.
A Trieste, dopo mesi di silenzio, scrive un
messaggio su un foglio di carta strappato: “Non
ho nulla da dire. Tutto è stato perso.” Lo getta
in un cestino.
Il tempo non torna. Ma la nostalgia è ancora qui,
densa come polvere nell’aria.


