Nel 1939, dopo la caduta della monarchia, il

principe Enrico di San Vito vive come meccanico

in una rimessa sotterranea sotto le rovine della

sua villa, dove i fascisti hanno trasformato i

giardini in un laboratorio per macchine che

estraggono luce dal sangue dei contadini. La

tecnologia, nata da esperimenti ereditati da un

monaco alchimista del Cinquecento, alimenta le

città con energia pura — ma uccide chi la

produce, dissolvendo la carne in polvere

d’argento entro trenta giorni.

Enrico non sa che sua sorella, morta nel ’28,

lasciò un’unica figlia: una ragazza di vent’anni,

Livia, nata in una capanna tra le colline di

Monteciccardo, che da anni coltiva l’unico seme

rimasto della vite sacra di San Vito — l’unica

pianta che resiste alla luce artificiale. Il

regime, sapendo che il seme è l’unica chiave per

stabilizzare l’energia senza vittime, ordina il

matrimonio tra Enrico e Livia: un’unione

politica per legare il sangue reale alla fonte

naturale.

La notte delle nozze, sotto una luna che non ha

mai visto la luce delle lampade, Enrico tocca la

mano di Livia per la prima volta. La pelle è

calda, ruvida, viva. Lei non parla. Ma quando

lui solleva il suo braccio per esaminare il

tatuaggio sotto il polso — il segno della

maledizione dei contadini — lei lo guarda con

gli occhi di sua madre, e lui capisce: il seme

non è una pianta. È un bambino, nato nel buio,

cresciuto nel silenzio, e ora dentro di lei.

Il giorno dopo, Enrico rompe il laboratorio. Non

con la forza. Con il seme. Lo pianta nel cuore

della macchina, tra i tubi che succhiano il

sangue. La luce si spegne. I motori gridano. Le

pareti si spaccano. E per la prima volta in

vent’anni, la campagna torna a vedere il sole

senza bruciarsi.

Tre giorni dopo, Enrico è ricercato. Livia è

scomparsa. Ma in una cantina di Lucca, un

bambino piange tra le viti, e le sue lacrime

fanno germogliare nuove foglie.