Nel ’63, a Napoli, Giulia ripulisce gli
affreschi della chiesa di San Gennaro al Vomero,
le dita impastate di calce e ombre di piombo.
Ogni giorno, il marito le porta un mazzo di
mimose — lo stesso da dieci anni — e non le
parla mai di cosa fa di notte. Lei non chiede.
Lui non risponde. La gelosia ossessiva non è un
sentimento: è l’aria che respira. Sa che lui
mente, ma l’amore è più forte della verità.
L’eredità maledetta non è un oro nascosto. È un
codice: ogni uomo che ha amato una donna con
troppa fedeltà, negli anni del Boom, è morto in
circostanze “naturali”. I servizi lo chiamano
“il contratto di Sant’Anna” — un patto segreto
tra ex fascisti e i nuovi servizi segreti. Chi
ama senza riserve diventa un bersaglio. Lui è
l’ultimo erede.
Una notte, Giulia trova un foglio ingiallito
sotto il cuscino: una lista di nomi. Il suo è
l’ultimo. Accanto, una scritta a matita: “Ti ho
scelto per salvarti. Ma non posso fermarlo.”
Lui torna con la giacca bagnata di pioggia e
sangue. Non si toglie le scarpe. Si siede al
tavolo. Le porge una chiave. Non dice niente.
Lei sa: è la chiave della cripta di Santa Maria
della Consolazione. Lì, sotto l’altare, c’è un
affresco rubato — dipinto da un frate che amava
una contadina e morì per lei.
Giulia va da sola. L’affresco è coperto da un
velo di polvere. Quando lo sfiora, la pittura si
riattiva: due mani che si tengono, e sopra, in
latino, la frase che uccide chi la legge: “Chi
ama senza riserve, muore per l’altro.”
Il rumore alle spalle. Lui è lì. Con la pistola.
Non punta a lei. Punta al quadro.
Lei gli si avvicina. Gli prende la mano. Gli
bacia la palma.
Lui non spara.
La chiave cade.
L’affresco si incrina. Si spegne.
Il contratto si rompe.
Non perché ha ucciso.
Ma perché ha scelto di non uccidere lei.
L’indomani, Giulia ritorna alla chiesa.
L’affresco è morto. Ma sulla parete, dove c’era
la scritta, ora spunta una nuova immagine: una
donna che dipinge, e un uomo che la guarda da
lontano, con un mazzo di mimose in mano.
Nessuno sa chi l’ha fatto.
Nessuno sa se lui è vivo.
Ma ogni mattina, sul tavolo, c’è un mazzo di
mimose.
E lei non le butta mai via.


