Nel ’63, Elena, restautrice di affreschi alla
Scuola di Restauro di Bologna, trova sotto una
lastra di marmo rotta nell’antica cappella di
San Giacomo un frammento di stoffa con un nodo a
forma di chiave, identico a quelli che sua nonna
legava ai rami del fico davanti casa. Il tessuto
è intriso di olio di lavanda e resina di pino,
come nei riti che le nonne dicevano “per
allontanare l’ira del cielo”.
Il caso del corpo trovato nel ’58, annegato nel
canale della Pesa, era stato chiuso come
suicidio. Ma Elena sa che sua nonna, Maria, era
stata accusata di stregoneria per aver curato
donne che i dottori non volevano toccare.
Nessuno parlava di lei dopo che il parroco la
scomunicò in pubblico, durante la festa di San
Giovanni, con un crocifisso in mano e il fumo
dell’incenso che copriva il suo silenzio.
Elena va a casa della vecchia vicina, Rosa, che
nel ’58 aveva visto Maria portare una donna
svenuta nella cantina dietro la chiesa. Rosa le
dà un diario: pagine strappate, ma l’ultima
parola è “Luisa”. Luisa era l’assistente del
sindaco, scomparsa lo stesso giorno.
Nel ’64, il vescovado ordina la rimozione degli
affreschi medievali della cappella. Durante lo
scavo, Elena trova un’altra lastra: sotto, un
osso di polso con un anello d’argento a forma di
luna crescente — lo stesso che Luisa portava nei
ritratti ufficiali. Il sindaco allora era un ex
partigiano, ora democristiano. Suo figlio,
l’ingegnere che ha firmato il permesso per lo
scavo, è l’uomo con cui Elena dorme da due anni.
La regola non scritta: nessuna donna che si ama
in pubblico può essere sepolta con segni della
vecchia fede. Se lo fa, la famiglia viene
maledetta. Se lo scopre la Chiesa, la città la
cancella.
Elena brucia il diario. Ma la notte stessa, nel
laboratorio, sente l’odore di lavanda. Sulle
pareti, le pitture che ha riparato sanguinano
lentamente, come se il colore non fosse pigmento,
ma sangue vecchio.
Al mattino, il sindaco si uccide con un colpo di
pistola. Lascia una lettera: “Luisa non si è
uccisa. Maria l’ha salvata. E io l’ho uccisa
perché non potevo lasciarla vivere.”
Elena va alla fonte di San Giovanni, dove Maria
faceva i suoi riti. Trova una scatola di legno
sotto la radice del fico. Dentro: due fotografie.
Luisa e Maria, abbracciate, davanti a una chiesa
in rovina. E un biglietto: “Per chi sa amare
senza chiedere perdono.”
Non piange. Non parla.
Nel ’65, il Comune chiude la cappella. La stampa
parla di corruzione. Elena lascia Bologna. Porta
con sé solo la chiave di stoffa.
Nella sua nuova casa, a Firenze, appende la
chiave al muro. Ogni notte, l’odore di lavanda
torna.
Lei non lo caccia.
Sapeva che certi amori non muoiono.
Solo si nascondono.


