Nel ’63, a Bologna, sotto il fumo delle

fabbriche e l’odore di colla di pesce, la

professoressa Elena Valsecchi restaura un

paesaggio ottocentesco commissionato da un

vecchio industriale. L’intonaco si stacca sotto

la lente: sotto la tela, un volto. Mussolini,

dipinto in posa da artista sconosciuto, con la

mano destra posata su un libro di Gramsci.

Nessun archivio lo cita. Nessun giornale lo

ricorda. Il quadro non esisteva.

La regola nascosta: nessun dipinto restaurato

dopo il ’45 può essere venduto senza certificato

di provenienza firmato dall’Ufficio Beni

Culturali. Ma Elena non lo sa. Lo scopre quando

l’uomo torna. Un ex gerarca, ora senatore, con

la spilla della Croce di Ferro ancora cucita

sulla giacca. Non chiede il prezzo. Dice: “Lo

voglio per la mia villa. Non per la storia. Per

il silenzio.”

Lei non parla. Non urla. Prende un coltello da

intaglio, taglia la tela lungo il bordo, estrae

il ritratto, lo infila dentro un faldone di

conti dell’università. Poi brucia il paesaggio

finto nel camino del laboratorio. La cenere cade

sul pavimento di mattoni rossi, dove un tempo

sua madre nascondeva i libri proibiti.

Il giorno dopo, l’industriale muore di infarto.

Il senatore sparisce. Nel cassetto della

scrivania di Elena, tra i fogli di restauro,

trovano un’ultima annotazione: “Il duce non ha

mai guardato così. Era spaventato.”

Il dipinto non è più. Ma la verità sì. E nel

1964, a Bologna, nessuno osa più parlare di

restauri.

La professoressa cambia nome. Cambia città. Ma

ogni anno, a Ferragosto, va al cimitero di San

Michele. Lì, sotto una pietra senza nome, lascia

un piccolo pezzo di tela bruciata.

Il quadro era un’arma. E lei lo ha usato.