Nel 1963, la strada asfaltata arriva al paese di
Serra d’Oro, ma il ritmo del tempo non cambia.
Il fiume mantiene la sua corrente sporca, i
vecchi portano ancora le stesse cicatrici. La
clinica è un ex convento con il tetto che perde,
e dentro, la dottoressa Clara Moretti fa i conti
con l’assenza: nessun paziente parla di ciò che
ha perso, ma tutti sfiorano il collo quando
qualcuno entra.
Il primo caso di adozione forzata arriva da una
madre che non ricorda il nome del figlio. Lo
tiene in un cesto di vimini, coperto da un
lenzuolo sottile. Lei non lo bacia. Non piange.
Solo chiede: “Deve essere pulito.” Clara misura
il peso, rileva i segni sulle spalle — lievi,
quasi invisibili — e registra la dichiarazione
come “spontanea”. Ma il bambino ha il polso
freddo, gli occhi troppo grandi per un corpo
così piccolo.
La regola scritta nel registro del Comitato
Regionale per la Salute Infantile è chiara:
nessuna madre può richiedere il reso dei figli
se ha firmato l’atto di donazione. Ma nel comune
di Serra d’Oro, le firme sono sempre state
battute da persone senza nome. E il latte
materno? È vietato nei centri di accoglienza. Si
usa il latte di capra, aggiunto con farina di
frumento e acqua minerale. Il latte vero viene
bruciato ogni lunedì sera nella fornace dietro
il cimitero.
Clara inizia a raccogliere campioni. Non li
analizza in laboratorio. Li conserva in
barattoli di vetro, nascosti sotto il pavimento
della stanza. Un giorno, trova uno di quei
barattoli vuoto. Accanto, un foglio ripiegato:
un documento con il nome di una donna morta nel
1945, iscritta al partito di Resistenza. Il nome
del bambino che avrebbe dovuto ricevere quel
latte è cancellato.
Dalla sua postazione alla clinica, vede passare
un’autobus con il marchio di una fabbrica
tessile di Bologna. Dall’altra parte della
strada, un’infermiera sorride a un uomo in
giacca di panno grigio. Quello stesso uomo firma
un foglio: “Consenso per l’adeguamento
identitario.” Nessuno domanda perché.
Il vento porta via la cenere dal caminetto. Una
notte, Clara apre il baule della madre, trovata
morta in un letto di ospedale anni prima. Tra le
carte, una foto: lei, giovane, con un bambino.
Il bambino ha lo stesso colore degli occhi del
neonato. Il foglio sotto dice: “Perché non puoi
essere mio?”
Lei va al cimitero. Prende la chiave dalla tasca.
Apre la tomba di sua madre. Scava sotto la
lapide. Trova un’urna di terracotta. Dentro, un
pezzo di stoffa con un bordo cucito a mano. Una
riga di filo rosso, come quello usato nelle
vesti delle suore di Sant’Agata.
Torna alla clinica. Non dice nulla. Prende il
bambino. Lo infila in un sacco da lavoro. Lo
porta sulla montagna, dove il sentiero finisce
in un ruscello. Glielo porge senza parole. Lui
guarda il cielo. Poi, piano, comincia a piangere.
Non per il freddo. Per la memoria.
All’alba, il sacco è vuoto. Sulla riva, solo una
traccia di terra umida. La clinica chiude per
tre giorni. Nessuno sa perché. Le mappe del
Comitato Regionale vengono distrutte. Il latte
di capra smette di arrivare. I bambini crescono
senza nomi. E nell’aria, si sente un odore nuovo:
quello del pane appena sfornato.


