Nel 1938, sotto un cielo di piombo e alluminio,

Elena Marchetti pulisce con aceto e lino un

affresco staccato dalla volta della chiesa di

Santa Maria in Aracoeli. Non sa che i pigmenti

che rimuove contengono polvere di meteorite,

estratta dai cieli bombardati durante la Prima

Guerra Mondiale. I suoi nonni, streghe del

Vaticano nascoste tra restauratori, non

dipingevano santi: alteravano la gravità locale,

trattenendo le stelle cadenti per alimentare i

riti di protezione. La tecnologia era segreta,

illegale, e proibita dal regime: chi la usava,

veniva dichiarato eretico e spariva.

Tre giorni dopo, mentre lava un frammento di

cielo blu scuro dal pennello, il vetro della

finestra si incrina senza motivo. Fuori, una

stella cadente si spezza in tre pezzi, come un

vetro rotto. Nessuno la vede. Ma Elena sente il

peso nella pelle, come se qualcosa la stesse

trascinando verso l’alto. Il primo divieto

scatta: nessun restauro può essere eseguito

sotto un cielo con più di tre stelle visibili.

Lei lo sa perché l’ha letto nel diario di sua

nonna, nascosto tra le tavole di un armadio di

noce. Lo ha letto, ma non l’ha creduto. Finché

non ha visto la sua ombra proiettarsi sul muro

senza luce.

Il secondo divieto: chiunque tocchi un frammento

di cielo caduto deve bruciarlo entro

ventiquattr’ore. Altrimenti, il cielo inizia a

riprodurre il luogo dove è stato toccato — e lo

cancella. La sua stanza, quella notte, diventa

un’altra. Le pareti si fondono con il cielo di

Napoli, 1912. Un odore di limone marcio e

polvere da sparo riempie l’aria. Sente la voce

di sua madre, morta nel ’26, che le dice: “Non

puoi salvare tutti”. Non è un ricordo. È il

cielo che ricrea il passato.

Nella notte tra il 23 e il 24 settembre, Elena

va a Monteverde con un secchio di sale e benzina.

Non è un atto di coraggio. È l’unico modo per

fermare ciò che ha iniziato. Ha raccolto sette

frammenti. Sette stelle cadute. Ognuna legata a

un morto della sua famiglia. Ognuna un pezzo di

un cielo che non dovrebbe esistere. Brucia il

primo. Il cielo sopra Roma si increspa. Il

secondo. Un campanile svanisce. Il terzo. Una

donna in abito nero, con gli occhi di sua madre,

cammina tra le rovine di una piazza che non c’è

più. Il quarto. Una bambina le tende la mano. È

lei, a sei anni.

Al quinto, il cielo si spezza in due. Le stelle

non cadono più: si muovono. Come uccelli feriti.

Il regime sa. I carabinieri arrivano con i

fucili caricati di sale e acido. Non la

arrestano. La fissano. Come se vedessero

qualcosa di peggio di una strega: una che ha

osato ricordare.

Al sesto frammento, Elena non brucia. Si siede.

Prende il pennello. Lo intinge nel sangue di un

uccello morto, raccolto da un vicino che non

parla da trent’anni. Dipinge sul muro del

cortile: una stella che guarda verso il basso.

Non una preghiera. Una richiesta.

Il settimo frammento cade su di lei.

Non muore. Non scompare. Il cielo si ricompone.

Ma non come prima. Ora, ogni notte, sopra Roma,

una stella si accende più bassa delle altre. E

se qualcuno la guarda troppo a lungo, sente la

voce di chi ha amato e perso. Non è un dono. È

un ricordo che non può essere spento.

Elena non è più una restauratrice. È l’ultima

strega che tiene il cielo insieme con la colpa.

E ogni mattina, prima di aprire la bottega,

prende un pezzo di legno bruciato e lo infila

nel camino. Perché sa: se smette, il cielo

ricorderà tutto. E allora non ci sarà più Roma.

Solo il dolore che ha cercato di cancellare.