Nel ’44, sotto le volte di pietra di un
ristorante a Bologna, Enzo Marchetti serve
risotto allo zafferano con un cucchiaio
d’argento che non tocca mai il piatto: è il
segnale. Lui è stellato, ma non per la cucina.
Perché il suo aiutante, Luca, ha i segni della
tortura sotto la camicia e sa spezzare il pane
come si spezza un giuramento.
Il regime ha vietato i pasti dopo le 20. Ma Enzo
apre comunque. Le mura del ristorante sono state
ristrutturate con mattoni presi dalle caserme
chiuse: ogni mattoncino nasconde un nome di un
fuggitivo. La legge non lo protegge. La sua
famiglia lo odia.
Quando un carabiniere entra a chiedere un caffè,
Enzo posa il piatto di bollito misto con una
foglia di alloro appena raccolta dal giardino
del convento di San Domenico — l’unico posto
dove i partigiani ancora si incontrano. Luca lo
vede. Tace. Spegne il fuoco sotto la pentola.
La regola non scritta: chi tocca il piatto con
le mani nude, muore. Enzo ha visto tre cuochi
scomparire per aver servito il sugo con le dita
sporche di pepe. Ora, lui e Luca si lavano le
mani insieme, sotto lo stesso rubinetto, con
acqua fredda e sale.
Il 22 aprile, un bambino porta un cestino di
fichi al retro. Dentro, un foglio: “La notte del
27, la campana suona due volte.” Enzo cuoce il
pesce spada con l’arancia amara di Sicilia —
l’unico frutto che non si trova in Emilia. Luca
lo mangia in silenzio. Poi brucia la tovaglia.
La notte del 27, la campana suona una sola volta.
La Gestapo arriva alle 2.30. Enzo ha già
svuotato la cantina. Luca è scomparso. Ma sul
bancone, il piatto di cannelloni è coperto da un
panno rosso. Dentro, una chiave.
Al mattino, il ristorante è chiuso. Nessuno lo
riapre. Ma in un convento fuori Modena, una
suora apre un forno nascosto. Dentro, tre vassoi
di pasta ripiena. Ogni porzione ha un nome
scritto col sugo. Uno è Luca.
L’alleanza è finita. Ma il sapore no.
La repressione ha vinto.
Ma il cibo, no.


