Palermo, 1947. L’avvocato Vincenzo Lo Presti, ex
fascista riconvertito all’ordine repubblicano,
accetta il caso della contadina Concetta Rizzo
per un compenso che gli permetterà di comprare
la casa di famiglia a Mondello. Lei è accusata
di evocare i morti con erbe e lacrime, un reato
che la legge nuova vuole cancellare, ma la gente
la chiama ancora “la santa nera”. Il tribunale è
gremito di preti e ex militi: il regime è morto,
ma le catene no.
La chiesa di Santa Rosalia, costruita su un
antico tempio pagano, è stata chiusa per tre
anni dopo che un sacerdote trovò ossa di bambini
sotto l’altare. Nessuno parlò. Nessuno osò. La
legge diceva: “Chi nasconde un crimine del
passato è complice”. Vincenzo sapeva che sua
nonna aveva portato via una scatola di ossa da
quella chiesa nel ’43, quando i tedeschi
fuggivano. Lui l’aveva creduta pazzia. Ora vede
le stesse ossa, avvolte in un panno di seta
rossa, nascoste nel cassetto di Concetta.
Il giorno della sentenza, un testimone
inaspettato entra in aula: una suora di
ottant’anni, ex badessa del convento accanto.
Non parla. Depone una lettera. È firmata da suo
padre, Vincenzo Lo Presti senior, prefetto del
Regno, che nel ’39 ordinò di seppellire i corpi
dei partigiani uccisi nel sottosuolo della
chiesa — e di farli credere “vittime della
stregoneria” per non scandalizzare il Vaticano.
Concetta non evocava i morti. Li raccoglieva. Da
vent’anni. I suoi occhi non sono di pazza: sono
di chi ha visto i figli di chi ha ucciso,
piangere in silenzio.
Vincenzo si alza. Non difende. Non parla. Toglie
la giacca, la posa sul banco. Si avvicina a
Concetta. Le porge la sua penna d’oro, quella
che suo padre gli diede per il diploma. Lei la
stringe. Non piange. Sulla sua mano, una
cicatrice a forma di croce: la stessa che
Vincenzo aveva visto sulla foto di sua madre,
morta nel ’45, “per malattia”.
Fuori, la folla si divide. I preti mormorano
preghiere. I reduci sputano. Una donna anziana,
con un cesto di arance, lascia cadere una mela
marcia ai piedi di Vincenzo. È il segnale. Il
tribunale annulla il processo. La chiesa viene
sigillata per “indagini archeologiche”. Concetta
va via con un sacco di erbe e una lettera non
spedita. Vincenzo non torna a casa. Cammina
verso la costa, dove la sua famiglia ha
seppellito la verità sotto il giardino. Scava
con le mani. Trova una scatola di latta. Dentro:
una fotografia di lui da bambino, abbracciato a
una donna che non riconosce. Sotto, scritto a
matita: “Perdonami. Era l’unica maniera per
salvare te.”
La terra si apre sotto di lui. Non per miracolo.
Per legge. Per colpa. Per amore proibito tra chi
ha ucciso e chi ha custodito. L’Italia non sa
ancora che la sua libertà è stata pagata con
ossa di innocenti e lacrime di donne che non
hanno mai gridato. Ma Vincenzo lo sa. E non
parlerà. Mai più.


