Dopo la fuga da Palazzo Rondinelli, la duchessa

Livia De Rossi vive sotto il nome di Lina,

impastando farina di grano duro in un forno

abbandonato a Torino, tra i cumuli di cenere dei

bombardamenti. Ogni mattina, prima dell’alba,

inforna cinque pani con la stessa forma: due

croci, una luna, un cuore, una chiave. È il rito

che suo nonno le insegnò prima di morire, e che

solo i De Rossi conoscevano — un codice per

riconoscere gli eredi. Nessuno sa che quel forno

nasconde l’ultimo esemplare del testamento

segreto: un foglio di pergamena cucito nel fondo

del forno, che prova la sua discendenza diretta

da un duca che finanziò la Resistenza, non il

Fascismo. La legge del 1944, mai abrogata,

dichiara che chi possiede quel documento può

rivendicare i beni confiscati — e riaprire i

conti con chi li ha sottratti.

Quando il sindaco, figlio di un gerarca che

confiscò Palazzo Rondinelli, ordina di abbattere

il forno per costruire un parcheggio, Lina non

parla. Ma quella notte, mentre i muratori

dormono, accende il fuoco per l’ultima volta,

estrae la pergamena e la infila in un pane

ancora caldo. Lo lascia sulla panca, accanto a

un mazzo di rosmarino e un biglietto: “Per chi

sa leggere tra le briciole”. Il giorno dopo, il

pane viene comprato da un anziano panettiere che

un tempo consegnava pane ai partigiani. Lo

riconosce. Lo porta alla sua nipote, ex

insegnante di storia, figlia di un uomo fucilato

per aver nascosto un’archivio di nomi. Lei legge

la pergamena. E sa.

Nessuno sa che il testamento non chiede soldi.

Chiede giustizia. E il primo nome è quello del

sindaco.

Lina esce dal forno. Si ferma davanti al

cancello di Palazzo Rondinelli, ora sede del

Comune. Indossa un abito vecchio, ma i guanti

sono di seta. Non parla. Lascia il pane mezzo

mangiato sulla soglia.

La pergamena viene letta in consiglio. Il

sindaco si dimette.

Il forno resta.

La duchessa non torna.

Ma ogni lunedì, un pane con la chiave appare

sulla panca.

E ogni volta, qualcuno lo mangia.

E qualcuno piange.