Nel 1938, tra le valli del Trentino dove le nevi
non sciolgono mai del tutto, Elisa Marchetti
riporta il corpo del padre — medico di frontiera,
morto in solitudine — a San Lorenzo di Sopra,
dove le case sembrano radicate nelle rocce e i
vivi parlano a voce bassa.
Il paese non ha ospedale. Ha un cimitero che non
accetta i morti.
Ogni sera, dopo il tramonto, qualcuno esce con
una lanterna e porta via un cadavere dallo
spazio riservato ai defunti. Non li seppellisce.
Li nasconde.
Elisa sa perché: suo padre, negli anni della
prima guerra, aveva scoperto che la febbre
spagnola non uccideva tutti. Alcuni restavano.
Non vivi. Non morti. Con gli occhi aperti, le
mani che cercavano il respiro, e la voce che non
usciva mai.
La chiesa li chiama “i rimasti”. La gente li
chiama “la maledizione di San Lorenzo”.
La legge del Regime li proibisce: chi nasconde
un morto che non si è dissolto è colpevole di
disturbo all’ordine pubblico. Chi li tocca,
rischia la deportazione. Chi li cura, viene
dichiarato eretico.
Elisa non crede. Fino a quando non trova il
diario del padre sotto il pavimento della sua
stanza, scritto con inchiostro di vinaccia:
“Hanno smesso di morire perché hanno smesso di
volerlo. La cura non è la medicina. È l’ascolto.
”
La notte in cui porta via il corpo di don Pietro
— l’ultimo rimasto, con i capelli bianchi come
la neve e le dita che tremano senza tremare —
Elisa lo mette sul lettino da campo, gli posa la
mano sul cuore, e gli parla del suo primo amore,
di come sua madre lo aveva aspettato per dieci
anni, di come aveva cantato la ninna nanna in
dialetto mentre lui moriva.
All’alba, don Pietro apre gli occhi. Non parla.
Non si muove. Ma piange.
Il sindaco arriva con due carabinieri. L’ordine
è chiaro: bruciare il corpo entro l’ora di
pranzo.
Elisa non si muove. Prende la bottiglia di vino
che suo padre lasciò per lei, versa una goccia
sulla fronte di don Pietro, e dice: “Se ti
ricordi di lei, non sei morto.”
I carabinieri alzano il fucile.
Il cielo si apre. Non per un miracolo. Per una
nevicata improvvisa, densa come lana, che
cancella le orme, nasconde il corpo, e copre il
cimitero fino alla primavera.
Nessuno osa toccare il luogo.
Tre settimane dopo, una bambina del paese,
malata da mesi, si alza dal letto e chiede del
cimitero. Dice che ha sognato un vecchio che le
cantava la canzone della nonna.
Elisa va.
Il corpo di don Pietro non c’è più.
Ma sotto la pietra della sua tomba, qualcuno ha
lasciato un vaso di rosmarino.
E un nuovo nome, inciso con un chiodo: Maria.
La prima che ha ascoltato prima di morire.
E la prima che ha guarito.


