Nella Palermo del 1943, dopo che la marea si è

ritirata per sempre — trascinata via da un rito

proibito che il Vaticano ha occultato per

fermare l’eresia dei pescatori — l’acqua diventa

un tabù sacro. Chi la tocca muore entro tre

giorni, e chi la ricorda viene dichiarato

eretico. Le donne che lavorano la stoffa sono le

uniche a poter tenere i ricordi, cucendoli in

nascosto nei bordi degli abiti.

Anna, sarta di via Roma, non ricorda nulla da

quando era bambina. Non sa di aver visto il mare,

né di averlo pianto. Vive tra fili d’argento e

bottoni di osso, riparando le giacche dei

pentiti: ex mafiosi che hanno giurato di non

toccare più sangue, ma che tremano al solo odore

di salmastro. Le regole sono chiare: chi rivela

un ricordo dell’acqua viene bruciato in piazza

del Massimo. Chi lo nasconde, diventa un santo.

Un giorno, nel fondo di un baule sequestrato

dalla Milizia, trova un pezzo di tessuto blu,

ruvido come la pelle di un pesce morto. Lo tocca.

E sente il vento. Non lo dice. Ma lo cucisce

dentro la fodera di un soprabito per Don Vito,

l’ultimo pentito che non ha mai tradito il suo

vecchio padrino.

Il giorno in cui Don Vito indossa l’abito, va a

piedi nudi fino al porto secco. Si inginocchia.

Piange. E muore. Senza gridare. Senza chiamare

Dio. Solo con le dita affondate nella terra dove

una volta c’era l’acqua.

Anna lo seppellisce senza dirlo a nessuno. Ma

quella notte, nel sonno, sente la voce di sua

madre: “L’ho nascosto nel tuo cuore, figlia.

Perché tu potessi ricordare senza morire.”

Il mattino dopo, apre il suo telaio. Cucisce un

abito da sposa. Di seta nera. Con i bordi pieni

di sale.

Lo indossa lei.

E cammina verso la piazza.

Nessuno la ferma.

Perché ora tutti sanno: chi ricorda, non muore.

Diventa santo.

O eretica.

La stessa cosa, in un mondo dove il mare non

esiste più.