La scatola di legno nero viene trovata nella
soffitta di una villa abbandonata a Firenze.
All'interno, un quadro raffigura una donna con
gli occhi chiusi, circondata da simboli antichi.
L'artista, Isabella Viti, lo riconosce come
opera di un maestro scomparso nel 1938. La sua
mano tremante tocca la superficie dipinta, e una
scheggia si stacca, rivelando un messaggio
inciso: "Non parlare mai del buio."
Il regime fascista ha vietato le opere d'arte
che non rispettano il "valore della razza".
Isabella, figlia di un artigiano repubblicano, è
costretta a lavorare come restauratrice per il
Museo Nazionale. Ogni giorno, ripulisce opere
rubate da ebrei, mentre i suoi occhi cercano
indizi su quel quadro scomparso. Una notte,
trova un documento firmato da un membro del
Partito, che menziona un "Circolo delle
Ombre" —
un gruppo che conserva arte considerata "non
conforme".
Con l'aiuto di un contabile del museo, Isabella
si introduce in un locale clandestino a Roma. I
clienti sono intellettuali, artisti, e membri
dell'opposizione. Tra loro, un uomo che la
guarda con intensità. Lui le porge un foglio: un
invito a una mostra privata, dove verrà esposta
l'opera perduta. Ma il biglietto è firmato con
un nome che non dovrebbe esistere: "Luigi
Bianchi", un uomo ucciso nel 1942.
La mostra si tiene in una chiesa abbandonata.
Isabella entra, ma la sala è vuota. Sul muro, il
quadro compare. Accanto, un'autorizzazione
firmata dal ministro della Cultura. La sua mente
si svuota. Il regime ha usato l'arte per
nascondere verità. Lei deve scegliere: rivelare
la trappola o distruggere l'opera prima che
venga esposta al pubblico.
Nel momento in cui alza il coltello, il
candelabro si spegne. Un rumore di passi. La
porta si apre. Due uomini in divisa entrano. Uno
di loro ha un'identica cicatrice sulla guancia
di Luigi Bianchi. Isabella stringe il pugnale.
Non parla. Non fuggirà. Il quadro resta intatto,
ma la sua decisione è fatta. La guerra finirà,
ma il buio non tornerà mai più.


