Nel 1938, a Palermo, il laboratorio di fisica
dell’Università viene chiuso dopo la scomparsa
di sette donne, tutte docenti o studentesse. Il
regime lo dichiara un incidente chimico, ma i
familiari sanno: le vittime non sono morte, sono
scomparse senza traccia, come se il tempo le
avesse inghiottite.
Venticinque anni dopo, nel ’63, Giulia Mancuso,
ex allieva di quella stessa scuola e ora docente
di fisica a Bologna, riceve una busta con una
chiave di rame e un frammento di vetro che
brucia al tatto. È l’ultimo oggetto trovato
nella stanza segreta sotto l’Aula Magna, dove
sua madre — scomparsa nel ’38 — aveva nascosto i
suoi appunti.
Giulia torna a Palermo. Non per nostalgia.
Perché il vetro, quando lo tocca, le mostra
immagini: una donna che cammina all’indietro tra
le strade del Capo, i suoi passi che cancellano
le ombre delle auto, le voci dei passanti che si
sfilano come nastri rotti. Il tempo non è
lineare qui. È un tessuto teso tra due punti: il
1938 e il 1963. E solo le donne con sangue di
antichi artigiani del vetro — come lei — possono
attivarlo.
La regola è semplice: chi entra nel campo di
distorsione, se non ha un legame emotivo puro e
ossessivo con chi è già scomparso, viene
risucchiata per sempre. Chi lo attiva, invece,
diventa il nodo. La professoressa enigmatica che
ha guidato il progetto non è morta: è diventata
il meccanismo. Si chiama Ester Lo Presti, la sua
ex relatrice di tesi, e ora vive in un loop
continuo, ripetendo l’ultimo gesto: posare la
chiave sul tavolo, guardare l’orologio,
sussurrare il nome di una donna che ama.
Giulia scopre che ogni donna scomparsa era
innamorata di qualcuno che non l’ha mai amata a
sua volta. L’ossessione gelosa è il carburante.
L’energia si genera dal dolore di chi non può
lasciare, e il tempo lo assorbe.
Nella notte di San Giovanni, Giulia entra nel
laboratorio. Accende il campo con il vetro.
Sente la voce di Ester — non parlata, sentita
come un battito nel sangue — che le dice: “Tu
non sei venuta per salvare. Sei venuta perché
non riesci a credere che lui ti abbia
dimenticata.”
Giulia non piange. Non parla. Prende la chiave e
la pianta nel pavimento. Non cerca di riportare
indietro Ester. Non cerca di fermare il ciclo.
Sposta il nodo.
Si sostituisce a lei.
L’orologio della sala segna le 3:17. Fuori, una
ragazza di vent’anni entra nel laboratorio,
tremante, con una foto di un uomo in divisa.
Giulia la guarda. La riconosce. È sua figlia.
Il vetro si spezza.
La città respira.
Le sette donne tornano. Non come fantasmi. Come
donne vive, con i capelli grigi, gli occhi
stanchi, le mani che cercano il calore di chi
non c’è più.
E Giulia?
Nessuno la vede più.
Ma ogni anno, la notte di San Giovanni, nel
cimitero di Santa Maria delle Rose, un vaso di
vetro fuso appare sulla tomba di Ester Lo Presti.
Dentro, una foglia di limone.
E un orologio che non va mai avanti.


