Nel 1943, mentre i tedeschi saccheggiano le

chiese del Sud, Isabella d’Aragona si cala nel

campanile di San Rocco a Lecce, vestita da

operaia, con un secchio di calce e un coltello

da restauro. La chiesa è stata dichiarata

“inutile al culto”, ma lei sa che sotto la

calcina c’è l’affresco di un angelo con il volto

del fratello, scomparso a Stalingrado.

Il vetro della finestra orientale, installato

dai Benedettini nel 1712, non è vetro comune: è

cristallo di Murano impregnato di sale marino e

lacrime di monache. Chiunque guardi l’affresco

attraverso quel vetro, dopo averlo toccato,

perde la vista. È la punizione per chi tenta di

risvegliare i morti con l’arte. Nessuno lo

ricorda più. Lei lo sa perché sua madre, prima

di morire, le sussurrò: “Non guardare mai con

gli occhi di chi ha perdonato.”

Isabella gratta via l’intonaco fino a scoprire

il volto di Giacomo, ancora giovane, con gli

occhi chiusi e una mano che regge una rosa di

corallo. La pittura è viva: i pigmenti brillano

di un blu che non esiste in natura. Quando tocca

il muro, la polvere si solleva come se

respirasse.

Quella notte, sotto la luna piena, si siede

davanti al vetro. Non piange. Non parla. Fa

scivolare le dita sul vetro freddo, come faceva

Giacomo quando le regalava conchiglie da Ostuni.

Il vetro si increspa. Un rumore di cristallo che

si spezza dentro il muro.

Al mattino, gli occhi di Isabella sono bianchi

come la calce che ha spalmato. Non vede più il

sole. Non vede più le ombre. Ma sente il profumo

della rosa di corallo. E sa che Giacomo, in quel

dipinto, ha aperto gli occhi.

La chiesa viene rasa al suolo tre giorni dopo.

Ma il vetro, miracolosamente intatto, viene

trovato sotto le macerie. Lo portano al Museo di

Lecce. Nessuno lo esporrà. Nessuno osa guardare

attraverso.

Solo chi ha perdonato tardi, e ha pagato, sa

cosa c’è dentro.

Era un angelo.

Era suo fratello.

E ora, da quel vetro, li guarda entrambi.