Nel 1938, mentre la legge vieta le immagini dei

santi non approvati dal regime, Giulio Vanni

stacca con le dita tremanti l’affresco di San

Vito dal muro della chiesa di San Pietro in

Vincoli, a Matera. Lo nasconde sotto l’intonaco

rotto di un campanile in rovina, dove la pioggia

ha scavato una cavità naturale. Non è un atto di

fede: è un furto d’eredità. Suo nonno, maestro

d’affreschi, morì in cella per aver dipinto il

volto di un contadino come san martire. Giulio

non prega. Dipinge solo per non dimenticare.

Tre anni dopo, il Ministero della Cultura ordina

la ricostruzione della chiesa come “tempio della

Rinascita Nazionale”. I muratori spostano le

pietre, scoperchiano le volte. Una trave crolla

sul lato nord. Giulio corre, ma è troppo tardi:

la cavità è stata aperta. L’affresco è esposto.

Un operaio lo riconosce. Lo segnala. Non per

malizia: per paura. La polizia arriva con un

elenco di nomi. Nessuno parla. Ma tutti sanno.

La notte prima dell’ispezione, Giulio torna. Non

per rubare. Per cancellare. Con un coltello da

intaglio, graffia via i tratti del volto del

contadino. Sostituisce il sorriso con una croce

nera. La legge non proibisce i simboli religiosi

— solo i volti dei ribelli. La chiesa sarà

purificata. L’affresco, ora “san Vito martire

per la patria”, sarà esposto in cattedrale. Il

regime lo celebra. Il popolo tace.

La mattina del 13 aprile, Giulio si presenta al

Duomo di Bari con un vaso di olio d’oliva e una

croce di legno. Chiede di ungerla. Nessuno lo

riconosce. Ma quando l’olio tocca la tela, una

goccia scivola sul volto del santo — e sotto la

vernice, il contadino ricompare. L’olio antico,

fatto con la ricetta del nonno, rivela i

pigmenti nascosti. Tutti lo vedono. Nessuno osa

dire nulla.

La polizia lo arresta alle tre del pomeriggio.

Non per aver rubato. Non per aver dipinto. Per

aver fatto rivivere un morto. Lui non parla. Non

ha bisogno di parole. L’affresco parla da solo.

Nella cella, Giulio si taglia le dita una a una.

Ogni falange, la posa in un barattolo di

terracotta. Non per suicidio. Per dono. La

settima falange, quella dell’indice, la infila

nel coperchio. La sera, un carceriere la trova.

La porta alla chiesa. La pone sotto l’altare. La

mattina dopo, l’affresco è ancora lì. Ma il

volto del contadino sorride. E la croce nera è

scomparsa.

Il regime chiude la chiesa. Dichiara l’opera

“maledetta”. La vende a un collezionista

svizzero. Giulio muore di tubercolosi in cella,

senza processo. Ma ogni anno, il 13 aprile,

qualcuno lascia un vaso di olio d’oliva sotto

l’altare vuoto. E la mattina dopo, il volto del

contadino è sempre lì. Più chiaro. Più vero.

L’eredità non si ruba. Si lascia. E se l’olio è

fatto con le mani giuste, non si cancella mai.