Nel 1947, a Lampedusa, dove le case sono state

riedificate con pietre delle navi affondate,

Giulia, ventun’anni, studentessa di filologia

all’Università di Palermo, non ricorda nulla

prima del 1943. Nessun volto, nessun nome, solo

un’ansia che le stringe il petto ogni volta che

sente il gabbiano.

Il governo ha bandito ogni riferimento alle

coste del Sud dopo i bombardamenti alleati del

’43: chi vi torna viene arrestato per “sospetta

attività antistatale”. Nessuno parla dei morti

nel porto di Licata, né dei corpi che

galleggiavano tra le reti dei pescatori.

Durante un controllo di polizia a Palermo,

Giulia viene fermata con un diario che non le

appartiene: dentro, un disegno di un faro, una

data, e un nome scritto con inchiostro di vino —

suo padre. L’ha trovato nella tasca del cappotto

che indossava il giorno in cui è tornata a

scuola, dopo due mesi scomparsa. Non sa di

averlo rubato da un cadavere.

La sua amnesia non è malattia: è un trattamento

del regime. I medici dell’Ospedale di Messina,

sotto ordine del ministero, hanno svuotato la

memoria di chi aveva visto troppo — bambini,

pescatori, resistenti. Lei era l’ultima.

Un vecchio restauratore di mosaici, ex

partigiano, le mostra una mappa nascosta in un

frammento di ceramica: il faro disegnato esiste.

È a Punta Secca, dove il mare ha inghiottito il

battello di suo padre, carico di rifornimenti

per la Resistenza. La legge vieta di andarci. Ma

Giulia sa — senza saperlo — che il mare è

l’unico luogo dove le sue membra non tremano.

Una notte, ruba una barca dal porto di Siracusa.

Niente luce, niente bussola. Solo l’odore del

sale che le ricorda qualcosa che non ha mai

avuto. Arriva al faro distrutto. Sotto le

macerie, trova un cappotto umido, un orologio

fermato alle 3:17, e un taccuino con scritto:

“Se un giorno ti sveglierai senza me, cerca il

mare. Lì ti ricorderai che ti ho amato.”

Non piange. Non parla. Ma per la prima volta, da

quando ha dimenticato, sente il vento come una

carezza.

Il giorno dopo, la polizia la trova seduta sulla

roccia, con il taccuino in grembo. Non resiste.

Non scappa.

La condannano a tre anni di isolamento in un

manicomio per “disturbi di memoria sovversiva”.

Ma a Palermo, tre studentesse iniziano a portare

fiori di limone al faro di Punta Secca. Nessuno

sa chi le mandi.

E il mare, finalmente, non sembra più un nemico.