La nebbia del Pianura Padana avvolge il convento
di San Guglielmo, ridotto a rovine accanto a una
ferrovia dismessa. L’investigatore stanco, con i
capelli grigi e un fazzoletto sporco nella tasca
interna del cappotto, trova sotto un pavimento
di pietra un orologio da taschino d’argento, le
lancette ferme al 3:17. Nessuno lo aveva mai
visto prima.
Quando lo sfrega con il pollice, l’aria vibra
come un filo di seta tagliato. Il mondo si
spezza in schegge: vede sé stesso, vent’anni
prima, inginocchiato nel cortile del convento,
mentre bruciano i documenti della Resistenza. Ma
non era lui. Era suo padre, un partigiano
scomparso nel ’44.
Riprende coscienza in un corridoio dove i muri
sono tappezzati di foto sbiadite di bambini che
non ha mai visto. Le persone camminano senza
parlare, vestite di abiti degli anni ’50, ma il
cielo è arancione come dopo un incendio. La
città non è Milano né Roma: è una versione
rimpicciolita del passato, con strade che si
allungano quando nessuno guarda.
L’orologio non funziona più. Ogni volta che lo
tocca, il tempo cambia. I ricordi non sono suoi.
Sono quelli di chi è morto, o scomparso, o
scritto fuori dai registri. E ogni volta che
torna indietro, qualcosa muore dentro di lui:
una memoria, un nome, un sentimento.
Scopre che il convento non è stato abbandonato.
È stato chiuso per ordine del Vaticano, dopo che
una suora vi ha trovato un “tempo errante” — un
meccanismo che permetteva ai vivi di rivivere
momenti perduti. Ma il costo era alto: chi ci
entrava non usciva mai intero.
Nella stanza segreta, tra carte carbonizzate,
trova un registro. Una lista di nomi. Suo padre
c’è. C’è anche sua madre, morta in un incidente
automobilistico nel ’58. Ma nell’anno 1958, lei
era ancora viva.
Sul tavolo, un biglietto scritto con la sua
grafia: “Non tornare. Sei già morto.”
Lo strappa. L’orologio si rompe. Il mondo
ricomincia.
Si sveglia sul binario, con il sole che colpisce
la nuca. Il treno sfreccia. Sul cellulare, un
messaggio: “Hai dormito troppo. Ci vediamo a
casa.”
Ma non ha casa.
Eppure, cammina. Senza sapere dove. Senza
ricordare nulla di preciso. Solo il peso di un
gesto: posare le mani sulla lapide di un uomo
sconosciuto nel cimitero di Bologna.
Il tempo non torna.
Ma qualcosa di lui è rimasto.
E quel qualcosa, finalmente, è vivo.


