Il treno da Milano a Bologna parte con trenta
minuti di ritardo. Un uomo in giubbotto di pelle
sale all’ultimo momento, senza bagagli, solo una
cartella di cuoio logoro. Il nome sulla tessera
è Giovanni Moretti — non più soldato, non più
nemico, non più cittadino.
L’Italia ha appena finito di morire. I treni
sono pieni di fantasmi: ex partigiani che
portano le stellette nei cappotti, ex fascisti
che cancellano i nomi dai documenti, donne che
cercano figli scomparsi nel fumo dei
bombardamenti. Ma nessuno guarda lui. Nessuno lo
riconosce.
La carta nella cartella non è una pensione. È
una lista. Centoquaranta nomi. Tutti uomini
uccisi sotto tortura dal regime dopo
l’armistizio. Non sono morti in battaglia. Sono
stati ammazzati perché sapevano troppo. E lui,
come ogni altro, era stato pagato per tacere.
Ora il suo pagamento è finito. Ha scelto
l’esilio volontario. Non per paura. Per dovere.
Nel paese di Pescia, dove il fiume ha cambiato
corso dopo la piena del ’44, entra in una casa
di pietra con il tetto coperto di foglie secche.
Una vecchia donna gli apre la porta senza
chiedere nulla. La sua bocca si muove solo per
dire: “Lo sai cosa c’è qui?” Lui annuisce. Lei
lo fa entrare.
Nel solaio, tra truciolato e cianfrusaglie di
famiglia, c’è una cassa di legno marcio. Dentro,
due blocchi di marmo grezzo. Uno con
un’iscrizione sbiadita: Per chi non torna.
L’altro vuoto.
È qui che comincia il suo nuovo lavoro. Non
combattere. Scrivere. Ogni giorno, col coltello,
incide un nome sul marmo vuoto. Non per vendetta.
Per protezione. Perché se quel nome viene
dimenticato, anche chi l’ha ucciso può sentirsi
libero.
Ma c’è una regola non scritta: nessun nome può
essere aggiunto se non è stato confermato da un
testimone vivo. E quando la donna si ammala, e
dice che ha visto uno dei suoi vecchi compagni
di prigionia in un bar di Firenze, lui parte.
Arriva a sera. Scende dalla bicicletta davanti
al locale. Il barista lo guarda, ma non parla.
Apre un cassetto. Tira fuori un foglio piegato.
Su di esso, un nome. Quello che mancava.
Giovanni lo legge. Poi lo scrive. Con calma.
Senza fretta. Dopo, restituisce il foglio. Non
lo brucia. Lo mette dentro la cassa.
Il marmo ora ha centoquarantuno nomi.
Torna a Pescia. La donna è morta. Il tetto si è
rotto. Il silenzio è diventato pesante. Ma la
cassa è chiusa. E qualcuno, da qualche parte,
sta ancora cercando quei nomi.
La guerra non è finita. È solo cambiata forma.
E lui, mercenario leale, ha mantenuto la
promessa.


