Nel 1943, a Scicli, il corpo di Maria Vassallo
viene trovato nel campanile della chiesa di San
Matteo, con le mani legate da un nastro di seta
nera e un olio su tela posato sul petto: San
Antonio che regge un bambino avvolto nel fuoco.
Nessuno sa chi l’abbia messo lì. Nessuno osa
toccarlo.
Vincenzo Lo Presti, ex capo della famiglia di
Ragusa, vive sotto falso nome a Palermo, come
restauratore di icone. Ha tradito la cosca per
salvare la moglie. Lei è morta lo stesso.
Nel 1946, una lettera arriva in un pacco di
carta da pacchi: il quadro è stato rubato dalla
chiesa. La cosca lo vuole indietro. Se non lo
riporta entro tre giorni, la figlia di quindici
anni, Carmela, sarà portata al mare come Maria.
Vincenzo attraversa la Sicilia in bicicletta,
con il quadro nascosto sotto il sedile. Le
strade sono piene di soldati alleati e contadini
che sussurrano: “Quel dipinto non è pittura. È
un patto.” La regola non scritta: chi tocca il
quadro senza benedizione diventa il nuovo
custode dei morti che chiedono giustizia.
A Scicli, il prete non lo accoglie. Non parla.
Gli porge un cero spento. Vincenzo capisce: il
quadro non è stato rubato. È stato preso da
qualcuno che sapeva.
La notte del terzo giorno, Vincenzo sale al
campanile. Porta il quadro. Non lo appende. Lo
brucia.
Le fiamme si alzano in forma di braccia. Non
gridano. Sussurrano nomi: i morti della sua
cosca, quelli che ha tradito, quelli che hanno
ucciso sua moglie. Uno per uno, le ombre escono
dal telaio.
Carmela lo aspetta in fondo alla scala. Non
piange. Ha già visto tutto.
Il quadro è cenere. Il campanile trema.
La cosca non tornerà mai più a Scicli.
Vincenzo non muore.
Cammina verso la costa, con la figlia.
Nessuno li segue.
Nessuno li cerca.
Ma ogni notte, in casa, il cero che gli ha dato
il prete si accende da solo.
E sul pavimento, in cera nera, si forma
un’immagine: un bambino che stringe la mano di
una donna.
Maria.
E lui, che non ha mai pianto, ora piange senza
fare rumore.
Perché il patto non era col diavolo.
Era con chi non ha mai smesso di amare.


