A Palermo, nel ’48, il pentito Giuseppe Lo
Presti lascia il suo nome e la sua pelle in un
cimitero di campagna, dove un contadino senza
famiglia è stato trovato morto con una
pallottola in testa e una scarpa rotta. Lui
indossa quella scarpa. Lui diventa quel corpo.
La legge lo dà per morto. La Chiesa lo
seppellisce con un nome falso. Ma il mondo non
dimentica le cicatrici.
La scarpa, quella vecchia scarpa da lavoro con
la suola squarciata da un coltello durante un
pestaggio nel ’39, aveva una riga di cuciture
storte. Solo il fratello del morto, un muratore
che l’aveva calzata per anni, sapeva che nessun
altro al mondo aveva quell’impronta. E quel
fratello, ora sindaco socialista, la vede. La
riconosce. Non parla. Ma fa smontare la bara.
Nel cimitero, sotto la luce fredda di una
lampada a olio, lo scavano. La scarpa è ancora
al piede. Il corpo è decomposto. Ma la cucitura
storta è lì. E con lei, la verità: Giuseppe Lo
Presti non è morto. È vivo. E ha rubato un nome
per fuggire.
Il sindaco non chiama la polizia. Chiama la sua
sorella, suora nel convento di Santa Rosalia. Le
dà un cucchiaio di zucchero e un biglietto:
“Porta questo al vecchio fornaio. Digli che
Sant’Agata non perdona chi mente ai morti.”
Il fornaio, ex braccio destro di Lo Presti, ha
passato dieci anni a bruciare i suoi vecchi
libri contabili. Sa che quel biglietto è un
giudizio. Quella notte, accende il forno a legna
e ci mette dentro la scarpa. La fiamma la
inghiotte. Non resta che un’ombra nera. Ma lui
sa: la verità non muore con la scarpa. Muore con
chi la indossa.
Il giorno dopo, Giuseppe Lo Presti esce dal
convento. Ha un nuovo nome. Una tonaca. Non
parla. Non guarda negli occhi. Ma cammina con la
testa bassa, come chi sa che ogni passo su quel
lastrico è un passo verso il rogo.
La città non lo cerca. Lo evita. Come un santo
impuro.
E quando, a metà maggio, durante la festa di
Sant’Agata, un bambino gli getta un fiore di
zafferano ai piedi, lui non lo raccoglie.
Perché sa: i fiori non si offrono ai morti.
Si offrono a chi ha scelto di morire due volte.


