La piazza di Bologna era un cratere di calce e

ossa. Il vento soffiava attraverso i portici

spezzati come un respiro inquieto. Nessuno

sapeva più quando fosse finito il 2035, ma tutti

ricordavano il silenzio dopo l’ultima sirena.

I sopravvissuti si nascondevano nei sotterranei

delle chiese. Gli antichi arredi erano spariti,

sostituiti da cibi conservati in vetro e legami

scritti con carboncino su fogli di carta

ripiegata. Ma qualcosa non andava: le pareti dei

palazzi umidi si muovevano. L’intonaco si

spaccava in fiori di colore nero che si

dissolvono al tocco.

Lui, un uomo senza nome, aveva un rituale:

camminava al crepuscolo con un barattolo di

pigmenti estratti dal suo stesso corpo. Il

sangue, filtrato e raffinato, era l’unico colore

rimasto che non si appannava. Ogni volta che lo

stendeva su una superficie, i muri rispondevano.

Un murale si svegliava: un albero, una donna, un

bambino che correva verso una porta che non

c’era più.

Ma il prezzo era chiaro: ogni applicazione

faceva scorrere il tempo dentro di lui. Una

settimana dopo, le sue mani tremavano come

quelle di un vecchio. I capelli bianchi si

allargavano come neve sulla pietra.

Una notte, mentre disegnava una mappa sul muro

del teatro deserto, sentì il calore nel petto.

La tela non si limitò a vivere: si espanse. Le

linee convergessero in un punto sotto la città.

Una rete di tunnel. Un’antica cantina dove si

diceva ci fossero cadaveri di chi aveva cercato

di sfuggire al regime fascista, ma ora erano

solo tombe di gente che non aveva mai voluto

stare là.

Eppure, la mappa parlava d’altro. Sapeva che

sotto quella struttura, c’era un dispositivo —

un generatore di microclima che funzionava

ancora. Se fosse stato acceso, avrebbe riportato

l’umidità, il verde, il suono delle piogge.

Avrebbe fatto tornare la città a respirare.

Ma accenderlo significava usare tutto il sangue.

Il suo ultimo respiro.

Si inginocchiò davanti alla parete. Le dita si

coprirono di rosso. Iniziò a dipingere, non con

speranza, ma con una certezza fredda. Il disegno

non era più un’opera: era un atto di morte

volontaria.

Quando finì, la parete emise un gemito basso.

Come se la città stesse aprendo gli occhi.

Dalla piazza, un filo di pioggia cadde. Leggera.

Calda.

Lui non vide il cielo. Solo il muro che si era

spento. E il proprio corpo che si dissolveva in

polvere scura.

Il colore era sparito. Ma la pioggia continuava.