La chiesa di San Vito, in un paese
dell’Appennino emiliano, è un guscio di calcare
e cenere: il cielo è rimasto rotto da un
bombardamento del ’44, e non è mai stato
riparato. Nessuno ci viene più. Solo lei, la
restauratrice, con i suoi pennelli di martora e
la colla di coniglio fatta in casa, risana i
santi che non hanno più volto. Il cielo non si
chiude perché le regole della Repubblica
proibiscono di toccare i resti dei caduti sotto
le volte — ma lei sa che le macchie d’umidità
che avanzano sui santi non sono acqua. Sono
lacrime di pigmento che piangono ancora.
Ogni notte, prima di spegnere la lampada a olio,
stende un velo di gesso sui volti sconosciuti. E
ogni volta, nel silenzio, sente la voce di lui —
non con le parole, ma con la pressione delle
dita che le stringono la nuca, come quando le
faceva il bagno da bambina, prima che la guerra
portasse via il suo nome dai registri. Lui non è
morto. È tornato. Non come uomo, ma come ombra
che vive nei pigmenti, nei colori che lei
riporta in superficie.
Il marito, Giacomo, cammina tra le navate senza
ombra. Ha i vestiti dell’ultima volta che l’ha
vista, ma la pelle è scolorita come un affresco
esposto al sole. Non parla. Non muove le labbra.
Ma quando lei ripulisce l’ultima figura — la
Madonna con gli occhi strappati — lui si ferma
dietro di lei, e le posa le mani sulle spalle.
Non per abbracciarla. Per controllare. Per
essere certo che non abbia mai smesso di
dipingere.
La regola che nessuno le ha detto, ma che sente
nel midollo: ogni volta che restituisce un volto,
un pezzo di lui ritorna. E ogni volta che lui
ritorna, un altro pezzo di lei svanisce. I
capelli diventano grigi dove lui la tocca. Le
unghie si scrostando come stucco vecchio. Non è
gelosia. È possessione. La sua gelosia ossessiva
non è per l’amore perduto — è per il fatto che
lui preferisca i suoi santi vivi, piuttosto che
lei viva.
L’ultima sera, quando l’ultimo santo ha gli
occhi di nuovo, lei non si muove. Non piange.
Non lo chiama. Prende il coltello da intaglio
che usava per levigare il legno delle cornici, e
lo affonda nel muro accanto alla Madonna. Il
pigmento si dissolve in un sibilo. Il cielo
sopra di loro, per la prima volta da cinque anni,
si chiude. Una lastra di vetro smerigliato
scende, pesante, silenziosa. Fuori, la luna è
piena. Dentro, Giacomo non c’è più. Solo il suo
respiro, ora, è il suo. E lei, con le mani
tremanti, comincia a dipingere il proprio volto
sul muro, dove un tempo c’era la Vergine.
Non è risurrezione.
Non è vendetta.
È un rituale di risveglio che ha cancellato
entrambi.
E il mistero italiano non è chi è morto.
È chi ha scelto di non essere più viva.


