Il portone del palazzo di viale Mazzini si era
chiuso per sempre nel 1943, ma oggi la mappa
segna un punto nero ancora caldo: un sottosuolo
interrato dove i filtri d’aria non funzionano
più e il sole non entra. Le tracce del vecchio
sistema di ventilazione sono coperte dal muschio,
ma il vento che viene dall’alto ha un odore di
carta bruciata e vino dolce. Il terreno ha
ceduto in due punti — uno è una tomba di cemento
con un nome scavato a matita: Livia.
La donna con il taccuino arrotolato dentro il
giubbotto si muove senza far rumore. Non ha
permesso di entrare, ma il suo tesserino di
corrispondente del Giornale di Roma è stato
rubato tre anni prima. Ora lo usa come
contrassegno per sfondare un cancello di ferro
arrugginito. L’aria dentro puzza di olio rancido
e di ferro ossidato. Il pavimento è coperto di
frammenti di cristallo dalle finestre che non ci
sono più.
Trova il primo quadro appeso alla parete: un
ritratto di donna con gli occhi chiusi, mano
stretta a un fazzoletto rosso. Sopra, scritto in
inchiostro sbiadito: “Non ti ho dimenticato.” La
stessa grafia della lettera che ha trovato nella
tasca del soprabito, quella che non avrebbe
dovuto trovarsi lì. La lettera che dice: “Se
leggi questa, sono già morta.”
In fondo al corridoio, un’altra porta. È
sigillata da un’imposta di legno inchiodata, ma
una volta spinta si apre verso l’interno con un
gemito che sembra umano. Dietro, un’alcova con
sedie rovesciate e un tavolo di legno consumato.
Sul piano, un telefono senza fili. Il ricevitore
è scricchiolante. Lo solleva. Nessun suono. Poi,
all’improvviso, una voce: “Sapevo che saresti
tornata.”
La donna sa chi è. È lui. Il fotografo scomparso
nel ’45. Quello che ha documentato le ultime
marce dei partigiani. Quello che ha fatto le
foto di Livia mentre veniva arrestata. Quella
sera, lui non è arrivato al luogo d’incontro.
Lei ha aspettato fino all’alba. E poi ha smesso
di cercarlo.
Ma ora il telefono riprende: “Ho conservato
tutto. I film, le registrazioni, i nomi. Tutto
ciò che non potevi sapere. Se li hai letti, vuol
dire che sei pronta a vivere con quello che hai
perso.”
La donna chiude gli occhi. Non è paura. È
riconoscimento. Il silenzio che segue non è
vuoto. È pieno di immagini che non può
cancellare. L’odore del vino, la voce di Livia
che canta mentre taglia le erbe, il sapore del
pane nero che non mangia da anni.
Riattacca. Si guarda intorno. Sulla parete,
un’altra iscrizione: “Il passato non è un
ricordo. È un debito.”
Esce. Non si gira. Ma lascia il taccuino sul
tavolo. Non perché sia un testamento. Perché
qualcuno deve sapere che è stata qui. Che non è
solo una cronista. Che è anche colui che ha
mantenuto il segreto per vent’anni.
Ora, quando il vento soffia dal basso, sembra
che qualcuno stia piangendo.


